E poi dicono che la cultura non si può mangiare…

Il cibo, elemento fondamentale per la sopravvivenza, è al tempo stesso portatore di profondi valori simbolici e culturali. Trattandosi di un elemento profondamente legato alla vita, entra in maniera naturale in tutte le espressioni dell’esistenza, a cominciare dall’arte.
Dalla raffigurazione di avanzi di cibo nei mosaici di epoca romana, l’arte ricorre spesso alla rappresentazione del cibo, facendolo diventare con la natura morta, addirittura un genere autonomo. Intorno agli anni Sessanta, con l’affermarsi di movimenti come il Nouveau Réalisme, che utilizza materiali presi dalla quotidianità, il cibo non viene più solo rappresentato, ma diventa il materiale con cui vengono realizzate le opere d’arte. Parte da qui il progetto Eat Art Gallery di Daniel Spoerri, che espone opere d’arte fatte di cibo, coinvolgendo anche altri artisti, come per esempio Joseph Beuys. Se l’iniziativa di Spoerri valorizza l’aspetto conviviale e socializzante del cibo, altri artisti, come Claes Oldenburg, sottolineano invece la mercificazione degli alimenti, sollevando una leggera critica verso forme di consumismo sempre più spinte.
Il cibo diventa anche metafora e veicolo per portare all’attenzione del pubblico aspetti della vita privata che assumono valore universale, attivando riflessioni su temi quali la morte, l’omosessualità e la malattia. È il caso di Felix Gonzalez Torres che espone cumuli di caramelle il cui peso equivale a quello dell’artista e del suo compagno, morto di AIDS, e invita poi il pubblico a mangiare le caramelle esposte, diventando attore del processo di decostruzione dell’opera. Il concetto di “consumo” di cibo si ribalta in quello di “consumazione” del corpo, in una simulazione della morte. In altri contesti artistici invece, come per esempio l’arte relazionale, la condivisione del cibo è finalizzata al rafforzamento del senso di comunità, è elemento aggregante e veicolo di socializzazione. Con questo spirito Rirkrit Tiravanija realizza delle installazioni che sono delle vere e proprie piattaforme per condividere e stringere relazioni attraverso il consumo comunitario di cibo. Come afferma l’artista “Non è importante ciò che si vede, ma quello che avviene tra le persone”. Concetti che animano anche le sculture di cibo di Sissi, realizzate per essere consumate collettivamente, nutrendosi letteralmente d’arte. Ulteriori riflessioni sui significati, anche metaforici, dell’azione del mangiare vengono proposti da Cesare Pietroiusti che, con performance come Eating Money, in cui ingerisce del denaro elevandolo, dopo l’evacuazione, allo stato di opera d’arte, attiva una riflessione sulla società dei consumi e sui sistemi di attribuzione del valore. Il lavoro Enriching food, invece,è un gioco di parole incentrato sul doppio significato della parola enriching, che può voler dire “nutriente”, ma anche “che arricchisce”. In questo lavoro Pietroiusti diventa cuoco per ventiquattro ore, cucinando alcuni semplici piatti elencati su un menù, che ne indica anche il prezzo. A fine pasto i clienti invece di pagare, ricevono la somma indicata nel loro conto. Il cibo entra in scena fin dal nome per il collettivo di design Arabeschi di Latte. I loro eating event sono esperienze interattive in cui dagli alberi pendono fagotti contenenti il necessario per una cenetta intima, le banane si offrono al palato degli spettatori chiedendo idee per essere salvate dall’imminente estinzione e cucchiai giganti servono per imboccare giocosamente i propri commensali.

A questo punto non vi è venuta fame?