Simone Sbarbati, frizzifrizzi.it – simonesbarbati.it
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Non sono tipo da fornelli. E di conseguenza non ho mai fatto troppa attenzione alle cappe.
Mai stato, ad esempio, di quelli che quando organizzano una cena e arrivano gli amici si mettono a lodare la potenza di fuoco di un piano cottura, la purezza di un sale rosa dell’Himalaya o il filo e la tempra di un set di coltelli capace di decapitare teste dure in un sol colpo. Zac.
Né, dunque, mi sono pavoneggiato con verve da piazzista da rete regionale mandando volontariamente in fiamme una bistecca o approntando, a mo’ di chimico, bagni tripli in olio arricchito di grassi per per esaltare l’odore di un altrimenti comunissimo fritto ed attentare alla salute di mucose nasali o costringere i presenti a sedute d’emergenza dal parrucchiere giusto per esaltare la potenza, la silenziosità , la bellezza della mia cappa.
Dopo un cappantastico tour all’Elica, però, mi glorio – forse a torto ma con l’orgoglio del principiante – di fronte ad amici e parenti d’esser diventato un esperto. Giro per case altrui consigliando abbinamenti mobilio-cappa; stilo profili psicologici poi li confronto con le curve di una Bubble o le robotiche mattonelle touch di una Feel; passeggio attorno a fornelli altrui in azione commentando come una vecchia suocera quando il malcapitato si dimentica di pigiare quel benedetto tasto e far partire quella privata apoteosi di potenza casalinga che è l’aspirazione: voglio sentire fare voooooosh. Non facciamo i timidi.
Ché poi una cappa è pure molto altro.
So che se sei arrivato su questo sito molto probabilmente lo saprai già e ti chiederai "che vuole questo? Vendere ghiaccio in Groenlandia?" ma ci sono cappe che sembran tutto tranno cappe ed altre che paiono radio d’altri tempi – e t’immagini già la scena: lui invita a casa sua lei per la prima volta, o lui invita lui o lei lei: comunque (s)cena romantica, giradischi (lui – o lui o lei – ama fare le cose per bene) e un vecchio lp jazz che fruscia caldi e rassicuranti assoli di sax su un tappeto di basso e batteria spazzolata; manicaretti (spacciati per ricette di famiglia tramandate di generazione in generazione, in realtà pescate su giallozafferano o qualche applicazione per iPad) che cuociono lenti sul fornello mentre la Clip silenziosa fa il suo lavoro e lei (o lui, o lei) vaga con lo sguardo per la casa, valuta l’arredamento, giudica il gusto, si chiede che cavolo ci faccia una radio sopra ai fuochi e lui (ecc.), con un preparatissimo asso nella manica spacciato per improvvisazione dell’ultimo minuto, nota il punto interrogativo nei suoi occhi e, indaffarato tra pentole, piatti, piattini, le chiede di abbassare il volume della musica.
"Per ascoltarti meglio".
Lei/lui/lei s’avvicina e "abbassa il volume" della cappa, ovvero la spegne. Istanti di sorpreso smarrimento, mentre il giradischi continua ad andare frusciando e, anzi, nella magia del momento e nel silenzio improvviso della stanza sembra quasi che la musica si alzi. 
E’ il momento giusto per un bacio. E applausi a fine concerto.
Bis.
E poi c’è quella cappa che pare venuta da Marte, o meglio Marte per come lo immaginavano gli scrittori di fantascienza prima di scoprire che su Marte non ci sono marziani (in compenso ci sono metano ed acqua quindi l’interesse è passato dagli scrittori ai manager delle municipalizzate: che brutta fine).
Si chiama Bubble e sembra l’occhio gigante di un androide. Uno intelligente, capiamoci. Basta non essere il tipo da farsi metter soggezione da una megabolla occhiuta che t’osserva mentre scaldi l’acqua per il tè.
La bolla è lì per aiutarti e non per giudicarti.
Quando avremo tutti case intelligenti ed elettrodomestici senzienti allora sarà il caso di preoccuparsi ("ti pare il modo di caricarmi, sciocco d’un perdigiorno?" dirà la lavastoviglie).
Per ora, godiamoci la tecnologia. Soprattutto quando è anche bella.